L’ipotesi iraniana: potenza, umiliazione e delegittimazione
L’ipotesi iraniana: potenza, umiliazione e delegittimazione
Di Paolo Falconio
Nel quadro della proiezione di potenza statunitense, l’Iran rappresenta un caso distinto rispetto ad altri teatri. Qui un eventuale intervento americano non avrebbe come obiettivo immediato il regime change, né una vittoria militare classica.
La funzione sarebbe un’altra: accentuare l’umiliazione del regime.
Secondo la percezione degli apparati israelo-americani, #le_proteste interne non nascono solo dal collasso economico, ma soprattutto dalla perdita di prestigio della teocrazia, ritenuta incapace di difendersi e quindi indegna di governare. L’umiliazione subita durante la guerra dei dodici giorni avrebbe incrinato il patto simbolico tra regime e società.
In questa logica, un’azione militare limitata avrebbe un valore psicologico e simbolico, non strategico in senso tradizionale: spingere il regime a chiudersi sul fronte interno, accelerando un processo di delegittimazione già in corso. Anche L’esternazione del Mossad di essere parte attiva nelle rivolte non è propaganda, ma un segnale: la guerra contro Teheran si gioca ormai sul terreno della delegittimazione simbolica, prima ancora che su quello militare.
Non proiezione per conquistare, ma pressione per logorare.
Non archiviazione immediata dei risultati, ma innesco di una dinamica interna irreversibile.
È una strategia che parla meno di guerra e più di potere.
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