Turchia, Arabia Saudita e Pakistan: la nuova geometria della sicurezza
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan: la nuova geometria della sicurezza
Di Paolo Falconio
L’accordo di difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non rappresenta soltanto la nascita di un nuovo asse militare. È il segnale di una trasformazione più profonda degli equilibri mediorientali: la progressiva ricerca, da parte delle potenze regionali, di una capacità autonoma di deterrenza, in un momento nel quale la tradizionale garanzia americana appare meno solida di quanto fosse in passato.
La questione energetica è uno degli elementi che spiegano questa evoluzione. Da tempo i Paesi del Golfo guardano alla possibilità di ridurre la propria dipendenza dallo Stretto di Hormuz attraverso nuove pipeline e vie alternative per l’esportazione del petrolio. Ma queste infrastrutture richiedono anni per essere realizzate e, soprattutto, non eliminano la vulnerabilità strategica: una pipeline rimane un'infrastruttura fisica, esposta a missili, droni, sabotaggi e operazioni cinetiche. La sicurezza energetica, dunque, non può essere affidata esclusivamente alla diversificazione delle rotte.
Per l’Arabia Saudita diventa necessaria una garanzia ulteriore rispetto a quella americana. Non necessariamente alternativa a Washington, ma complementare. La percezione di un indebolimento della deterrenza statunitense, aggravata dal rafforzamento dell’Iran come potenza regionale di primo livello, spinge Riyad a costruire una propria rete di sicurezza.
Il nuovo triangolo possiede caratteristiche particolarmente significative. Il Pakistan porta una grande forza militare e una deterrenza nucleare; la Turchia dispone di una delle più importanti capacità militari convenzionali della regione e di un’industria della difesa sempre più autonoma; l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie, peso energetico e centralità geografica. Tre potenze differenti che mettono in comune strumenti differenti della potenza.
Per Ankara esiste inoltre una questione specifica. La Turchia è membro della NATO, ma l’evoluzione del confronto con Israele ha introdotto una domanda strategica destinata a diventare sempre più rilevante: fino a che punto l’appartenenza all’Alleanza costituisce una garanzia effettiva quando il possibile avversario è uno Stato che, pur non appartenendo formalmente alla NATO, mantiene rapporti strategici con numerosi Paesi occidentali? La ricerca di una capacità regionale autonoma diventa quindi anche per Ankara una forma di assicurazione strategica.
In questo quadro, tuttavia, l’Iran rappresenta la variabile decisiva. Sarebbe riduttivo interpretare il nuovo accordo semplicemente come un’alleanza anti-iraniana. Teheran è ormai troppo importante per essere escluso dalla nuova architettura regionale. La sua profondità strategica, la capacità missilistica, la posizione sul Golfo e soprattutto la possibilità di condizionare Hormuz gli conferiscono un peso che nessun equilibrio mediorientale può ignorare.
Il paradosso è quindi evidente: più cresce la potenza iraniana, più Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno interesse a coordinarsi; ma proprio perché l’Iran è diventato così rilevante, nessuno di questi Paesi può permettersi di costruire indefinitamente il proprio sistema di sicurezza sulla prospettiva di una guerra permanente con Teheran.
È possibile, pertanto, che l’Iran finisca per essere non il quarto membro dell’alleanza, ma il quarto polo di un più ampio sistema di equilibrio. Una futura architettura regionale potrebbe prevedere infatti una distinzione tra alleanze difensive, accordi bilaterali e meccanismi di consultazione nei quali anche Teheran possa essere coinvolta.
Non è casuale, in questo senso, il ruolo dell’Egitto. Formalmente esterno all’accordo trilaterale, il Cairo mantiene una funzione consultiva e rappresenta un attore strategico difficilmente escludibile: possiede una delle principali forze armate arabe e controlla il Canale di Suez, collegando Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo.
Ciò che sta emergendo, dunque, non è una semplice “NATO islamica”. È qualcosa di più complesso: la nascita di una geometria multipolare della sicurezza mediorientale, nella quale gli Stati regionali cercano di ridurre la propria dipendenza da una singola potenza esterna.
E proprio l’Iran potrebbe diventare il banco di prova di questa trasformazione. Se il nuovo sistema riuscirà a includere Teheran in una logica di equilibrio, il Medio Oriente potrebbe entrare nell’era della deterrenza regionale. Se invece prevarrà la logica dei blocchi contrapposti, il nuovo accordo potrebbe diventare il primo tassello di una nuova corsa agli armamenti.
In questo scenario vi é un ulteriore dato che emerge. Qualche tempo in un esercizio di proiezione descrissi il Pakistan come l' epicentro di una mezza luna atomica. Dall' Asia occidentale a quella orientale. Ebbene oggi i dossier confermano che nonostante gli enormi problemi interni, il Pakistan percepisce se stesso sempre più come una superpotenza che va oltre i limiti strettamente regionali (Chass Freeman).
L’America è sullo sfondo come parziale assenza che struttura il presente — è un’interpretazione geopolitica precisa: gli Stati Uniti non sono più il soggetto principale della storia mediorientale, ma la loro ridotta presenza continua a definire il campo entro cui i nuovi soggetti si muovono.
In questo senso, l’ accordo non descrive soltanto una nuova alleanza. Descrive il momento in cui una regione smette di essere uno scacchiere altrui e comincia a giocare una partita propria. La vera partita, quindi, non è soltanto chi difenderà chi, ma chi definirà le regole della sicurezza del Medio Oriente dopo il ridimensionamento della garanzia americana.
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